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Presentazione

L'Unione Italiana dei Ciechi, fondata a Genova il 26 ottobre del 1920, ha per Legge la Rappresentanza e la tutela degli interessi morali e materiali di tutti i non vedenti; oggi essa tutela e rappresenta anche i cittadini ipovedenti, definiti tali ai sensi della Legge 3 aprile 2001, n. 138: ovvero, tutti i cittadini il cui residuo visivo nell'occhio migliore non superiore a tre decimi con eventuale correzione di lenti.

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Per ricordare Giuseppe Quinio a dieci anni dalla morte: Foggia, 15 dicembre 2018.

Nella Sala Conferenze di “Parcocittà”, dove il Presidente De Feo ed altri hanno ricordato le caratteristiche umane di Peppino Quinio. L’intervento commemorativo ufficiale è stato tenuto da Michele Corcio:



Ho accolto con piacere l'invito del Consiglio Sezionale a ricordare quest’oggi, a dieci anni dalla morte, il nostro caro Peppino Quinio. Ricordarne la figura e l'impegno associativo mi dà una particolare emozione, perché a Peppino la mia famiglia ed io eravamo legati da grande, affettuosissima amicizia e perché devo a lui la mia formazione di dirigente UICI e la mia crescita sociale. Che dire di non banale di una persona che assumeva in sé le caratteristiche e le qualità dell'uomo quotidianamente impegnato per il bene di tutti? Che dire di significativo di un amico con la A maiuscola, che con autentico spirito di servizio ha dedicato l'intera sua vita ai ciechi e all'Unione Italiana Ciechi? Che non ha mai detto di no a richieste di aiuto? Che ha sottratto tempo prezioso alla propria famiglia, per difendere i diritti dei ciechi e non solo? Che dire di significativo e di non banale della grande, silenziosa generosità di Peppino? Per non scivolare nella retorica d'occasione, ricorderò alcune situazioni e salienti tratti di vita che ci hanno accomunati e nei quali Peppino era parte attiva, con la forza della sua semplicità, con i suoi pensosi silenzi, con la persuasività dei suoi convincimenti, con i suoi esemplari comportamenti quotidiani. 


Ho conosciuto Peppino Quinio a metà degli anni '60, grazie alla sua amicizia con mia zia Lucia, anche lei non vedente e socia dell'Unione. Ogni tanto veniva a casa nostra, sempre con tra le mani un vassoio di paste del "Sottozero", la migliore e più rinomata pasticceria di Foggia: che gioia per noi bambini quel supplemento di fragranti dolci! Quella chiacchierona di mia zia subissava Peppino di mille domande, alle quali lui rispondeva sempre con pazienza e senza mai lesinare spiegazioni. Poi arrivava l'ora d'andare via e l'immancabile garbata richiesta di Peppino a mio padre: "Scusa, Vito, posso usare il telefono per chiamare il taxi?” La frequentazione con Peppino Quinio si è poi intensificata negli anni '70, quando, avendo io perduto la vista, cominciai a partecipare alla vita associativa. conobbi così altri soci e dirigenti della Sezione Provinciale di Foggia, che sarebbero presto divenuti i protagonisti delle vicende sezionali, tra i quali, solo per citarne alcuni, Nardino Clemente, Enzo Cardillo, Egidio Maggio, Filomena Navarra, Sebastiano Saldutto e Vincenzo Larocca: con costoro, Peppino e me venne crescendo una solida amicizia e quello spirito di squadra che avrebbe cambiato radicalmente la piccola storia della nostra Sezione. Sarebbe piacevole ricordare quei tanti episodi che hanno caratterizzato il nostro stare insieme e la nostra operatività nei successivi trent'anni, tra alti e bassi e dove, negli immancabili momenti di divergenza, la pazienza e il garbo di Peppino riportavano alla ragionevolezza le nostre intemperanze. 


Ma Peppino non era solo paziente e garbato. era anche determinato, specie quando c'era da difendere il diritto di un cieco al collocamento obbligatorio: indimenticabile, fra tutte, l'intrapresa giudiziaria vinta contro la SOFIM, che rifiutava di assumere un centralinista non vedente. Impossibile tenere il conto delle decine e decine di giovani assunti nel settore pubblico ed in quello privato come centralinisti o massofisioterapista: giovani che si presentavano in Sezione silenziosi e timidi, incerti su cosa fare e timorosi dinanzi alle sfide della vita. E Peppino si faceva carico dei loro bisogni, esortandoli ad avere fiducia, a darsi da fare, ad alzare la testa e vivere con dignità la propria cecità. E senza indugio, Peppino si attivava perché quei giovani frequentassero un corso di formazione professionale; non si dava pace finché quel giovane diplomato non veniva avviato al lavoro e mobilitava a tale scopo amici e conoscenze. Peppino era anche autenticamente generoso: in silenzio donava il suo tempo, e non solo, a chi glielo chiedeva, a chi ne aveva bisogno e a chi, per vergogna o per dignità, non lo chiedeva. 


Nonostante alcune cocenti amarezze, Peppino partecipava intensamente e con passione alla vita associativa, qualunque fosse il suo ruolo: Consigliere Provinciale, Consigliere Regionale o Vice Presidente Sezionale. Considerava l'impegno associativo come servizio per il bene comune; come dovere di gratitudine verso l'Associazione che, con le durissime lotte degli anni ‘50, aveva riscattato i ciechi dall'ignoranza e dalla miseria. Ed egli era stato uno dei giovani partecipanti alla famosa "marcia del dolore" del 1954: in aprile confluirono a Roma migliaia e migliaia di ciechi (alcune centinaia giunsero a piedi da Firenze), per conquistare il diritto alla pensione di ciechi civili e che seppero affrontare con determinazione non solo i tanti disagi della mobilitazione, ma anche le cariche della polizia dell'allora Ministro dell’Interno Mario Scelba. E al servizio dell’Unione Italiana Ciechi Peppino non metteva solo se stesso, ma anche i colleghi di lavoro, i tanti amici e le tantissime persone che lo stimavano. 


Un tempo (purtroppo ora non più), si diceva che il centralinista era il biglietto da visita dell'Ente o dell'azienda: e la sede INPS di Foggia aveva in Peppino Quinio altro che un semplice biglietto da visita! Con voce calda, chiara e rassicurante, Peppino non si limitava a smistare semplicemente le telefonate, disinteressandosi del loro buon fine, ma si adoperava affinché l'impiegato o il funzionario richiesto rispondesse sollecitamente al chiamante, bracciante agricolo o imprenditore che fosse. Accoglieva sempre, con affettuosa amicizia, chiunque si recasse da lui, all'INPS, per qualsivoglia problema. E guai se non accettavi il caffé che prontamente ordinava al bar aziendale: per me, che ero giovanissimo, era obbligatorio anche il cornetto o il panino. 


Peppino era sinceramente affettuoso e amichevole con tutti, specialmente quando si trovava con persone e in ambienti a lui confidenziali. Simpaticissime le sue battute in dialetto barese, mai però fuori luogo o sconce. E anche quando, sull'onda del buonumore, raccontava barzellette, queste non erano mai sessualmente esplicite, ma allusive; spesso, erano freddure stile english, che apprezzavamo con qualche secondo di ritardo, meritandoci così la sua sardonica risatina. Che dire delle bellissime partite a carte che facevamo! Ovviamente, Peppino prendeva sempre tutto sul serio e non tollerava distrazioni o vani chiacchiericci. Essere suo compagno al gioco, significava assumersi la responsabilità di non commettere errori, perché, se non era possibile vincere, bisognava perlomeno saper perdere e perdere con onore. Nelle discussioni, Peppino Quinio cercava sempre di comprendere il punto di vista dell'altro ed argomentava approfonditamente il proprio; ascoltava con rispetto le ragioni degli altri ed esponeva le proprie senza presunzione. Per lui la democrazia non era una questione di numeri (maggioranza e minoranza), ma di rispetto delle regole e delle persone; di rinuncia al particolare interesse personale, a favore del generale interesse collettivo, lasciandosi guidare dal buon senso e non dal calcolo politico. 


In Sezione Peppino era il punto di riferimento per tutti: per il semplice Socio, per i Consiglieri Sezionali, per i dipendenti e soprattutto per me, Presidente Sezionale dal 2 maggio 1990. Peppino non si esprimeva mai in termini offensivi, anche quando riceveva offese. ed esprimeva sempre giudizi equilibrati, anche quando le situazioni erano particolarmente critiche. non poche volte, infatti, nel mio ruolo di Presidente, avrei dovuto assumere decisioni particolarmente drastiche nei confronti di un obiettore di coscienza, di un volontario in servizio civile, di un Collaboratore o di un dipendente. Ma Peppino interveniva per sollecitarmi a non agire d’impulso e ad essere comprensivo. 


Quando Peppino andò in pensione, la sua presenza in Sezione divenne quotidiana: era sempre il primo ad arrivare e non poche volte, per l'assenza dei dipendenti, l'unico a rimanervi. Poi arrivò nel 2008 quel ricovero in ospedale e le notizie sempre più preoccupanti sulla sua salute. Cominciarono a farsi più rare le risposte al cellulare e necessariamente più brevi i colloqui accanto al suo letto. Eravamo in prossimità del 13 dic. ed in Sezione fervevano i preparativi per la "Giornata Nazionale del Cieco", che avremmo celebrato anche quell'anno nell'Auditorium dell'AMGAS. La sera del 12 dicembre, in ospedale, manifestai a Peppino la mia intenzione di sospendere la manifestazione: con un filo di voce appena udibile, mi disse di non sospendere nulla. E la sera dopo, ancora una volta, nell'Auditorium dell'AMGAS di Foggia, risuonarono le melodie eseguite al pianoforte dal Prof. Franco De Feo, attuale Presidente della Sezione UICI di Foggia. Ma tutti, quella sera, avevamo uno spesso velo di tristezza sul cuore e qualche ora dopo giunse la notizia che Peppino non c'era più. 


Per tanti giorni a seguire, abbiamo sentito un grande vuoto in Sezione e al nostro fianco, solo parzialmente colmato dal ricordo degli anni trascorsi insieme. A Peppino Quinio abbiamo dedicato ogni nostro pensiero ed il Centro Provinciale di Servizi per Ciechi e Ipovedenti di v.le Candelaro, nel convincimento che citarlo quotidianamente ci aiuti a superare ogni difficoltà. Concludo questo mio intervento, ricordando quel momento del distacco definitivo dal corpo di Peppino, pochi secondi prima che venisse sigillata la bara: con il consenso delle figlie Francesca e Margherita, presi con me la tessera UICI di Peppino e misi la mia nel taschino della sua giacca, a sugellare non solo il mio affetto personale, ma anche l'intima vicinanza e riconoscenza di tutti i ciechi della provincia di Foggia. E se potessimo, caro Peppino, scolpiremmo sul freddo marmo della tua tomba, in successione alfabetica, alcuni degli aggettivi che ti hanno contraddistinto per una intera vita ed in tutti i tuoi rapporti familiari, lavorativi, sociali e associativi: affettuoso, altruista, appassionato, determinato, dignitoso, empatico, garbato, generoso, gentile, paziente, pensoso, riservato, rispettoso. Grazie Peppino                  


Michele Corcio 


Foggia, 15 dicembre 2018 

(Inserito il 18-12-2018)

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