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Presentazione

L'Unione Italiana dei Ciechi, fondata a Genova il 26 ottobre del 1920, ha per Legge la Rappresentanza e la tutela degli interessi morali e materiali di tutti i non vedenti; oggi essa tutela e rappresenta anche i cittadini ipovedenti, definiti tali ai sensi della Legge 3 aprile 2001, n. 138: ovvero, tutti i cittadini il cui residuo visivo nell'occhio migliore non è superiore a tre decimi con eventuale correzione di lenti.

Seminario nazionale "L'inclusione scolastica dei disabili visivi: dalle problematicita' del presente, uno sguardo fiducioso al futuro". Manfredonia (FG), 17 e 18 ottobre 2014.


Giancarlo Abba Bisogni educativi speciali: cosa cambia per i disabili visivi?


“Ho domande a tutte le vostre risposte.” – lo ha detto una volta W.Allen.


Cerco di dare al mio intervento un taglio interrogativo proprio per essere in linea con un dibattito aperto alla complessità. 


 


Intanto una premessa che riguarda la disciplina che sottende il tema: la pedagogia. La pedagogia si trova sempre fra sfide e utopie e ancor di più lo è la pedagogia speciale, che in questi ultimi anni a dire il vero ha fatto sentire maggiormente la sua voce nel campo dell’educazione portando il tema della disabilità a un buon livello di attenzione.


Quindi una pedagogia che volge lo sguardo anche alle specificità; per noi si tratta di tiflopedagogia, e nell’estensione operativa tiflodidattica, discipline che non sono in “via di estinzione “ in un momento della vita della scuola, questo, in cui si parla di BES.(Bisogni Educativi Speciali). I BES   sono una new entry  nel lessico scolastico e pedagogico del nostro paese ma, lasciatemi dire, non sono una novità.


 


Dobbiamo chiederci cosa significa pensare ai Bisogni Educativi Speciali quando parliamo di bambini/ragazzi ciechi o ipovedenti. Cosa cambia? Oppure cosa deve essere riaffermato con decisione?


La nostra preoccupazione è quella di NON  uscire dalla logica dell’inclusività, di non creare concettualmente categorie separate, perché là dove le creo sono già fuori dal fiume del “tutti”, soprattutto per quanto concerne l’esigibilità dei diritti e delle opportunità. Non intendo certo parlare di negazione delle differenze, delle singolarità che comportano approcci diversi per quanto concerne l’apprendimento e la crescita armonica. Le differenze ci sono, sono importanti, vanno valorizzate perché vanno valorizzate le potenzialità che l’individuo, nel nostro caso il bambino/ragazzo disabile visivo, esprime.


 


La necessità è quella di insistere, nella logica del discorso, sulla rivalutazione, sulla riproposizione della valenza pedagogica, metodologica e didattica necessarie per affrontare il tema della formazione dei disabili visivi.


Allora una pedagogia tilfologica è ancor di più necessaria se pensiamo a chi avrà il compito di riconoscere e valorizzare le potenzialità dell’alunno che non vede: gli insegnanti. Più in generale la pedagogia (speciale) se vogliamo dirlo in un gioco di parole, è un Bisogno Speciale dell’educazione.


 


Bisogni Educativi Speciali, dove per noi, che abbiamo conosciuto le scuole speciali “intra moenia” degli istituti, la parola speciale sembrava bandita, perché sembrava rimandare a nulla di scientifico, di razionale, di giusto, ma richiamava, semmai, la separazione e tutto ciò che ne consegue(iva). Una realtà che riguardava quelli che non erano nelle scuole “normali”. Una parola che nel nostro ambito risale alla prima metà del novecento.


 


Con l’eliminazione materiale delle scuole speciali, però, abbiamo anche eliminato le stesse sul piano culturale? O la vetusta idea della separazione alberga sempre nelle menti dei meno informati? E sempre sulla sigla BES, Bisogni Educativi Speciali, per quanto concerne la parola Educativi che sta tra la B e la S esprimo perplessità. L’ educativo tra B e S rimanda a qualcosa di ampio e, nello stesso tempo, confuso nella nostra lingua.


Infatti dalla cultura anglosassone ci arrivano (ormai da tempo) i SEN  Special Education Needs.


Ma quell’EDUCATION nella lingua inglese non si traduce direttamente in Educazione (in Italiano) è piuttosto legato a ISTRUZIONE, formazione nel senso di percorsi di istruzione.


Per noi sarebbe più opportuno parlare di Bisogni Specifici perché, ad una disabilità specifica si risponde con soluzioni specifiche. Ragioniamo in termini concreti, il bambino/ragazzo disabile visivo inteso come tale, quando non è un soggetto carico di altri deficit, declina il bisogno di specificità dalla diversa modalità del conoscere non disponendo del bene della vista. Non è per definizione un bambino con “gravi difficoltà”


Data per scontata l’affermazione ”il bambino che non vede è un bambino come gli altri” e, nel suo esser bambino, portatore di diritti, la riflessione concernente il non vedere non lo pone come un alunno espressione di BES, perché, non dimentichiamolo ogni bambino è portatore di Bisogni Educativi Speciali perchè ogni bambino ha una storia, una condizione, un patrimonio genetico, un ambiente un sistema di relazioni, che lo rende unico e, nell’uguaglianza delle condizioni, diverso da ogni altro. Questa unicità la porta con sé anche il nostro bambino che però manca del senso della vista.


 


SI’                        il bambino/ragazzo disabile visivo come portatore di diritti


NO                       il bambino/ragazzo disabile visivo come destinatario di cure (a scuola)


Sottolineiamo quindi la S cambiandola in “SpecificiBisogni specifici.


Sono consapevole delle osservazione di Canevaro sul rischio della deriva degli “specialismi”, dove la logica è ancora quella della separazione delle figure professionali (insegnanti generici e insegnanti specializzati) invece di insegnanti adeguatamente formati.


Ecco perché ribadiamo il principio dello sguardo mirato, della specificità.


Noi non possiamo permetterci di fare annacquare il concetto di specificità così come non possiamo permetterci di arretrare, rispetto al passato.


La nostra specificità è e deve rimanere un vino schietto perché, le procedure, i metodi, i passaggi, i tempi necessari, le strategie didattiche, operative non si traducono grazie al buon senso (sempre utile) ma con precise conoscenze, che possiamo sintetizzare, per tornare a noi, nella tiflologia. Essa deve essere “giocata”, come in effetti è, nella scuola integrata, nella scuola inclusiva, dove si realizzano ed è possibile realizzare processi CO-EDUCATIVI e non più separati.


 


Mutuando un’immagine dalla medicina, un intervento chirurgico specifico a un organo, a una parte del corpo, non mi esclude dal resto del corpo, anzi permette al corpo di tornare a funzionare (ICF International Classification of Functioning) .


 


Quella che può sembrare l’esclusività della tiflologia  va intesa, non nella sua valenza volta ad escludere, escludente, ma al contrario come elemento esclusivo/ peculiare, che richiede specifiche attenzioni umane, educative, pedagogiche, metodologiche e didattiche. Dove la didattica è anche relazione. NON mero didatticismo corredato solo da passaggi tecnici, potremmo dire freddi.


 


Ora i BES forse hanno una loro importanza nel panorama della scuola, di una buona scuola, proprio perché i problemi, le difficoltà vere di un bambino in difficoltà non siano trascurate, ma per i ciechi e gli ipovedenti il B(E)S è EVIDENTE.


 


Dobbiamo parlare di educazione aperta alle potenzialità dell’alunno disabile visivo alla valorizzazione delle sue potenzialità, al riconoscimento delle potenzialità.


Ci troviamo di fronte ad un certo rischio quando nell’allievo disabile visivo, integro per quanto concerne le diverse funzioni e capacità, si vuole intravedere un problema che va oltre quello della vista, marcando, anche quando non esistono effetti negativi.


 


Perché in questa fase della nostra storia scolastica si ha la sensazione di andare alla ricerca del disturbo più che dall’individuazione del bisogno. Il fenomeno del “labelling” (dove c’è un bambino/ragazzo, per forza deve esserci un’etichetta, un comportamento problema da stigmatizzare!!) non è da escludere.


 


Tutto deve cambiare per i nostri ragazzi – ma la carenza o mancanza di conoscenze tiflopedagogiche aggrava lo stato di disabilità, lo amplifica oltre misura.


 


Isoliamo e consideriamo per un momento invece il termine ISTRUZIONE. Può sembrare quasi riduttivo, antipedagogico, vedere in modo stretto l’istruzione, ma lo facciamo per mettere in risalto il problema che investe i nostri ragazzi nel loro rapporto, anche strumentale, con la scuola.


 


Intanto una precisazione: per i nostri ragazzi, la pedagogia del buon senso non serve o meglio, non basta.


 


Istruzione. Dobbiamo garantirla, assicurarla. Diamo per scontato (e scontati non sono) tutti gli aspetti educativi, sociali, culturali. Stiamo per un momento sugli apprendimenti, proprio per sottolineare l’esigenza della specificità.


 


Abbiamo le aree disciplinari previste dai curricola scolastici: italiano, storia, matematica, lingue straniere, greco antico ecc.


 


Il disabile visivo, a seconda dell’età e dell’ordine di scuola:


 


- deve scrivere, leggere come gli altri ma deve aver imparato bene la spazialità, l’orientamento che gli serve per imparare il braille. Il Braille va insegnato. Da chi? Non solo da chi lo sa ma da chi lo sa insegnare!!


- deve costruire immagini mentali , deve saper usare mani intelligenti per la lettura tattile della realtà oggettuale e di quella rappresentata


- deve acquisire tecniche e competenze di orientamento e mobilità per l’autonomia personale negli spostamenti e nella gestione di sé


- deve sviluppare un buon senso uditivo-percettivo-motorio


- deve usare il computer, e deve saper usare i software dedicati specifici e a volte sofisticati per alcune aree disciplinari;


- apprendere l’uso delle nuove tecnologie digitali e assistive in continua evoluzione.


Si tratta di diritti che non possono essere trascurati. La scuola italiana è corredata di leggi, norme e sentenze che difendono tali diritti, (grazie alle leggi, spesso non conosciute, possiamo difenderci) ma una sentenza vinta che ci manda un insegnante impreparato, è una sentenza debole, con una scarsa incisività. E’ necessario dunque costruire un terreno che quei diritti li favoriscano, che permettano a quei diritti di esistere. Uno di questi diritti per noi è la salvaguardia della specificità correlata imprescindibilmente alla formazione dei formatori, cioè agli insegnanti. Di un arco sempre più ampio di insegnanti. Ciò sarà possibile se verranno mantenuti o istituiti centri di eccellenza tiflologica (Istituti con vocazione formativa, centri di consulenza tiflodidattica ecc..) a cui la scuola può fare riferimento, oserei dire non può fare riferimento.


 


Ormai il bambino/ragazzo disabile visivo sta (deve stare) nella piscina in cui stanno tutti, nella stessa acqua, è uno fra gli altri ma se per nuotare gli servono supporti specifici….


 


Per i nostri ragazzi nella scuola, allora, cosa cambia? Spero stia avvenendo un cambiamento perché, se è vero come è vero che BES significa anche andare incontro e riconoscere, Bisogni dei bambini mai espressione fu più opportuna e adeguata.


 


Non dobbiamo privarci dei saperi specifici, coltivati o ricoltivati certo nella logica inclusiva ma definiti. Non dobbiamo privarci della possibilità di successo formativo a cui i nostri ragazzi hanno il diritto di aspirare grazie alla conoscenza e all’acquisizione di peculiari strategie cognitive e operative fornite da che ha la competenza.


Il patrimonio delle conoscenze tiflologiche va conservato, innovato, rivisitato, non buttato!


Il bambino/ragazzo disabile visivo ha il diritto di incontrare insegnanti, educatori e strutture che permettano loro di:


-      stare a scuola


-      stare bene a scuola


-      starci con dignità


(Inserito il 04-12-2014)
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